Non e possibile parlare di Tarantella calabrese se non come un denominatore geografico che si riferisce ad un niverso diffuso e frastagliato dalla Sila a Reggio; il mito della taranta ha qui generato una musica ed un ballo che in ogni paese assume connotati precisi e diversi tra loro. Nelle feste e nelle occasioni di aggregazione la tarantella esplode e si organizza nella classica “rota” (cerchio rituale all’interno del quale si muovono i ballerini diretti da un “mastru i ballu”) e si manifesta in una varietà di versioni e di stili legati ad una storia di culture, scambi, insediamenti che hanno agito in maniera diversificata in ogni provincia, in ogni vallata e in ogni villaggio. Ma quello che può apparire un limite diventa invece una ricchezza, perchè sempre più spesso accade che i suonatori, specie quelli di organetto che sono di gran lunga i più numerosi e i più richiesti, girando in occasione delle feste per i paesi in cui s’incontrano gusti diversi, eseguano una sonata “mista”, in cui si mescolano più stili e “passate”. Spesso questo mescolamento è determinato dal ruolo del tamburello, che sostiene la tarantella calabrese e le da corpo, influenzandone in maniera decisiva l’esecuzione. Le differenze tra paese e paese e tra una zona e un’altra si riflettono dunque in maniera complessiva sulle strutture della melodia e della ritmica e quindi sulla danza, sullo stile dei passi, la loro ampiezza, le figurazioni e la velocità. Questo articolato linguaggio musicale calabrese si esprime attraversa antichi ritmi e antichi strumenti di altissima tecnica, quali la zampogna, la chitarra battente, I’organetto, la lira e il tamburello. E si riferisce a numerosi maestri di purissimo stile e virtuosismo, presenti in tutto il territorio, epigoni di un passato favoloso ma anche testimoni di un presente vivo e in espansione, che proietta questa Tarantella nella musica etnica europea contemporanea senza tradirne le origini
Strumento musicale nel quale l’aria e’ soffiata in una o piu’ canne provviste di ancia tramite una sacca che viene gonfiata direttamente dal fiato dell’esecutore . Poiche’ il flusso d’aria non puo’ essere interrotto, la zampogna non e’ in grado di realizzare pause. La tecnica esecutiva prevede quindi l’introduzione di abbellimenti e diminuzioni in corrispondenza di note lunghe o ripetute. La zampogna piu’ semplice possiede un’unica canna, ma di solito sono presenti almeno due canne, una utilizzata per intonare la melodia e l’altra di bordone.
La zampogna, e con questo termine intendiamo tutta la famiglia di strumenti musicali dalle caratteristiche comuni e dai tanti (cornamusa, piva, zampogna, gaita, bagpipe, etc.) sopravvive ancora oggi, in molte aree europee ed italiane. La situazione italiana, per la verita’, e’ critica. Lo strumento e’ ancora presente nelle aree centro-meridionali, compresa la Calabria e Sicilia, Da un punto di vista morfologico ha caratteristiche abbastanza varie. Ha da uno a tre bordoni che producono le tipiche note fisse; uno o piu’ calami, detti anche chantares (secondo la terminologia inglese), su cui si esegue la melodia ed infine una sacca di pelle che costituisce la riserva d’aria, grazie alla quale e’ possibile suonare con continuita’. La sorgente sonora e’ data dalle ance che, a seconda dei modelli, possono essere doppie o semplici. Le sue origini sono molte remote, forse non antiche come quelle del flauto ma abbastanza da poterle far risalire ai popoli euro-asiatici a cui si attribuisce la tecnologia dell’ancia. In epoca storica possiamo far riferimento agli egiziani, ai greci e naturalmente ai romani che contribuirono tantissimo alla sua diffusione. Si puo’ ipotizzare che un centro propulsore, anche a quell’epoca, fosse proprio la ciociaria. Qualcosa di molto simile alla zampogna, il cosiddetto Utricularium, era usato nell’antica Roma e Nerone ne era un valente suonatore, stando almeno a quanto racconta Svetonio. In epoca medievale lo strumento deve essere stato di uso frequente nelle musiche di corte e di villaggi



